ETTORE VICO

ETTORE VICO porta nella profumeria il linguaggio radicale del design italiano degli anni ‘60, ‘70 e ‘80: flaconi-scultura e fragranze dal profilo netto, concepite come veri oggetti di progetto. La memoria non è un luogo in cui tornare, ma materia da trasformare.

ETTORE VICO nasce dall’incontro tra due espressioni della cultura italiana del secondo Novecento: il design radicale, fatto di volumi puri e proporzioni inaspettate, e un approccio diretto e strutturato alla profumeria. Due discipline, un solo linguaggio. Il flacone è il primo manifesto del brand: un oggetto in vetro massiccio sormontato da un tappo nero, squadrato, attraversato da una sola linea di colore.
Potrebbe stare su una scrivania o su una mensola come un pezzo di arredo, e invece contiene un parfum. La sua forma vive nella sproporzione controllata, dove l’equilibrio non è dato ma costruito. Le fragranze seguono la stessa logica: composizioni chiare e distintive, radicate nel passato e già proiettate verso il futuro.
Ogni profumo è firmato da un naso diverso, da Julien Rasquinet a Luca Maffei, da Christian Provenzano ad Arturetto Landi, e ogni profumo porta con sé una canzone italiana, una colonna sonora che ne fissa l’epoca e il carattere.
Così La Cura ascolta Celentano, Madreperla guarda il mare di Lucio Dalla, Monza Bagarre rivive la volata del Gran Premio del 1971 con Vasco in sottofondo, Rosa Minimale rende omaggio a Monica Vitti e Sommerso racconta il campanile del Lago di Resia. Non è un’operazione nostalgia.
È la memoria usata come materiale di progetto: osservata, scomposta e ricostruita con sensibilità contemporanea. Una memoria futura.

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